Massimo Trenti

C’è un nodo che intriga quando si guarda la produzione fotografica di Massimo Trenti: ed è – per la nostra inveterata abitudine alla classificazione definitoria – la sempre vanificata ricerca di un punto di sintesi ”tematica” all’interno della sua opera. Perché Trenti, che è partito dalla rarefazione formale (certe memorie di architettura), che ha scoperto il “concerned” indagando sui cottimisti della profonda provincia siciliana, che si è appassionato alle storie della gente, che ha fotografato le vibrazioni della superficie del mare, che si entusiasma all’intensa vitalità di certe forme vegetali, che si annega negli odori della nebbia padana, che si diverte a scattare “on the road” lungo la via Claudia, riesce benissimo a sfuggire ad ogni tentativo di afferrarlo e di “definirlo”.

Massimo Trenti - Photographer
Massimo Trenti – Photographer

Se quello per temi e generi risulta poco proficuo a farci capire la sua poetica, una chiave di lettura più utile ci viene un altro tipo di approccio. La profonda “narratività” delle sue immagini e l’estrema perizia nel controllo del linguaggio sono, infatti, le due chiavi più evidenti per comprendere e “definire” l’intero lavoro fotografico di Massimo. Il suo bianconero, tagliato secondo ritmi e campiture di classica rigorosità, con equilibrio perfetto di elementi (in genere due-tre “punti” di forza strettamente concatenati nell’immagine), ci propone sempre delle “storie” che – siano d’immediata evidenza quasi cronachistica o siano suggerite da minimi cenni molto soggettivi – tradiscono uno spessore di indagine di notevole intensità. Le fotografie di Trenti sono “intense” di partecipazione, di comunicazione, di umanità.
Lo constatiamo nelle due serie che propone in mostra. La prima (“La terza età”, 1986) è uno dei rarissimi esempi di come si possa affrontare un tema estremamente difficile senza scadere da un lato nel pietismo e dall’altro nel furore. Questi anziani della provincia modenese, ritratti nella quotidianità con le loro ritrosie, i loro pudori, i loro silenzi, ma anche con la loro vitalità, sono segno di altrettante storie che leggiamo- grazie proprio alla fotografia di Massimo Trenti – sui loro volti e nei loro ambienti, cui il fotografo è veramente riuscito a coagulare una densa memoria.
L’altra serie (“Le terre di Giove”, 1987) prende le mosse dalle peregrinazioni solitarie che guidano i passi di Massimo nelle nebbie della pedemontana modenese. Qui non c’è “gente”, c’è quasi solo paesaggio e ambiente: ma i segni appena accennati e i contorni che si perdono all’orizzonte assumono una ancor più intensa corporeità, quasi che la “cupola” dello sfumato – potenziando le capacità di percezione e quasi costringendo fuor di pelle i sensi – ricrei dei microcosmi all’interno dei quali ciascuno di noi si trasforma in demiurgo dallo sguardo creatore, per “nominare il mondo”. Qui le “storie” sono tutte interiori, ma non v’è alcuno spazio per il compiacimento formale. Vi è invece un’intensità che implode fino ai “buchi neri” del profondo dell’animo.
Più che il controllo formale, però, è proprio questa grande capacità di esplorare e comunicare la realtà e le persone che incontra, oltre che brandelli della propria anima, a darci la misura del fotografo.

Photographer

2014 © Massimo Trenti